Biblioteca del Monastero delle Benedettine - Lecce

Indirizzo: Via delle Benedettine, 4
Cap: 73100
Città: Lecce
Provincia: Lecce
Telefono: 0832 303057
Fax: 0832 303057
E-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Descrizione:

Punto di riferimento per la conoscenza della storia istituzionale e sociale di Lecce e della Terra d’Otranto, il monastero benedettino femminile di S. Giovanni Evangelista venne fondato anteriormente al maggio del 1133 da Accardo (II), dominus di Lecce e di Ostuni, conte di Montescaglioso che lo dotò del casale di Cisterno con tutte le sue pertinenze. 

Nel 1134 l’antipapa Anacleto II (1130-1138) oltre a ratificare il possesso dei beni e a concedere al cenobio il diritto alla libera sepoltura per i laici, dietro corresponsione di mezza oncia d’oro l’anno alla Camera Apostolica, pose sotto la diretta dipendenza della Santa Sede il monastero, che divenne in tal modo esente dalla giurisdizione vescovile. Il privilegio fu poi confermato nel 1178 dal papa Alessandro III (1159-1181).  Il cenobio si configurò all’inizio come un monastero della famiglia dei signori di Lecce, tanto che le prime due badesse, Agnese e Guimarca, erano sorelle di Accardo, la terza, Emma, invece, ne era figlia. Quest’ultima era zia materna di Tancredi, primo conte di Lecce e re di Sicilia (1190-1194).

L’età normanna si caratterizzò per le numerose concessioni al cenobio leccese, così al feudo di Cisterno si aggiunsero il casale di Dragoni nel 1137, donato sempre da Accardo (II), la chiesa di S. Andrea nel 1142, concessa dal re Ruggero II e il casale di Surbo nel 1190 da Tancredi, ormai re. 

Il passaggio alla dominazione sveva costituì un periodo di decadenza per il monastero, come per le altre istituzioni ecclesiastiche, attestata anche dalla rarefazione della documentazione (due sole testimonianze presenti nell’archivio per gli anni 1252 e 1269). 

La crisi del Trecento non lasciò indenne il cenobio, come si nota dagli atti di affitto e dall’ esiguità della decima ecclesiastica versata alla Camera Apostolica nel 1310 (mezza oncia), specie se rapportata a quella pagata da altri enti ecclesiastici leccesi (il monastero dei SS. Niccolò e Cataldo e quello di S. Maria di Cerrate).

La situazione economica migliorò nel corso del Quattrocento tanto da divenire “l’istituzione femminile più ricca dell’antica provincia d’Otranto”.

Della struttura medievale non è rimasta traccia nella chiesa e nel monastero, che subirono una serie di trasformazioni a partire dal XVI secolo, a tal punto da mutarne quasi completamente l’aspetto. Ai primi del Cinquecento risale il campanile quadrato, quando era procuratore ed economo del cenobio Matteo Caldararo, il cui nome è inciso sulla sommità della torre. 

I terremoti del 1546 e del 1743, l’usura del tempo, l’adeguamento ai nuovi stili architettonici portarono di volta in volta a ristrutturazioni e a nuove edificazioni. Nel 1607 incominciarono i lavori di ricostruzione della chiesa, che venne consacrata nel 1761 dal vescovo Alfonso Sozy Carafa (1751-1783).

La centralità del claustro benedettino nella vita sociale della città nel corso dei secoli è ben evidente dai numerosi studi sull’archivio, sull’ingerenza vescovile, sulla vita monastica, sull’alimentazione, sulla gestione patrimoniale e sulle opere artistiche conservate. Tuttavia mancano studi specifici di ampio respiro, ad oggi, sul patrimonio librario custodito nel cenobio. D'altronde non solo la clausura, ma anche l’assenza di riferimenti nelle fonti edite alla biblioteca hanno probabilmente reso arduo tale compito. Persino la relazione della visita pastorale del 1648 di Luigi Pappacoda (1639-1670), preziosa testimonianza sulla disposizione interna dei locali del monastero, sulle monache allora residenti e sull’arredo liturgico, tace riguardo al patrimonio librario. 

Prime indicazioni sui libri conservati nel cenobio risalgono al 1983, quando Pietro De Leo in un suo contributo sull’esperienza monastica benedettina in Puglia elencava “Le lettere di S. Caterina, le opere di Gersone, le poesie spirituali di Jacopone da Todi, la vita di S. Gregorio Armeno la Legenda Aurea di Jacopo da Varazze”. Lo studioso inoltre, sulla scorta “di deboli indizi”, non specificati, ipotizzava che nel cenobio fossero state custodite “le lettere di S. Girolamo ad Eustochio, a Demetriade e a Furia, gli Excerpta della Lettera di S. Girolamo de habitu Virginume del discorso di S. Cesario sulle monache”. 

Quando il De Leo scriveva, si stava operando nel monastero un lavoro di catalogazione del fondo antico, che annovera edizioni dal 1500 al 1800, la cui inventariazione avvenne negli anni Settanta del Novecento. Nella prima pagina della Cronaca della Biblioteca 1983, conservata nel monastero, in cui sono riportate le annotazioni sulla biblioteca a partire dal 30 marzo 1983 fino al 31 dicembre 1990, si legge “Già da lungo tempo si pensa ad un radicale riordinamento del nostro ingente patrimonio librario. Una schedatura dei volumi del XVI e XVII secolo fu iniziata una decina di anni fa e così pure la minuta di un inventario sommario. Il lavoro fu ben presto però sospeso”. L’attività venne ripresa nel marzo del 1981 quando “fu iniziata una organica schedatura dei libri”. Da un inventario del fondo antico si nota come i libri furono suddivisi per materie: Agiografia, Ascetica, Devozionali, Liturgia, Mistica, Sacra Scrittura e Commentari, Storia e Varie.

Nel 2006 nell’ambito della mostra “Carte per la vita e carte per la Storia”, promossa dall’Agenzia per il Patrimonio Culturale Euromediterraneo e dal Comune di Lecce, è stata operata un’ulteriore indagine sul fondo librario del monastero, dalla quale si è ipotizzata una corrispondenza tra i nomi dei proprietari presenti negli ex libris che personalizzano alcuni testi e una lista delle monache del monastero nel 1663 e nel 1664, stilata dal notaio Giuseppe Conte. 

Le origini della biblioteca monastica sono quindi da ricondursi alle diverse educande e badesse che vissero nel convento, alla loro formazione spirituale e culturale. Accanto alle doti patrimoniali, infatti, spesso portavano con loro anche suppellettili, vestiti, tessuti e libri. 

Alla lungimiranza e all’amore per la cultura dell’attuale abbadessa del cenobio, madre Benedetta Grasso, si deve l’iniziativa di riunire i volumi, un tempo custoditi nelle celle delle monache, nell’attuale sede. 

L’originario patrimonio librario si è arricchito nel tempo, grazie alle donazioni da parte di privati, come gli ecclesiastici Gaetano Quarta, Alessandro Rotino, Raffaele Barletta, e grazie alla decisione della comunità monastica, presa negli anni Ottanta del Novecento, di destinare il 5% delle entrate all’acquisizione e al restauro dei libri.

 

Collezioni:

- Fondo librario / Fondo archivistico (sec. XVII)